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Comunicato-stampa n. 11/2018

 

Dopo 38 anni di servizio, oggi Giuseppe Munari sveste i panni del Segretario comunale dei Comuni di Cison di Valmarino, Mareno di Piave e Santa Lucia di Piave per godersi il meritato pensionamento.

Con questa breve Nota, Centro Studi Enti Locali intende rendere omaggio a un Professionista di indubbio spessore con il quale abbiamo avuto l’onore di collaborare per molti anni.

Persona integerrima e di rara correttezza, Munari ha iniziato la propria carriera da Segretario comunale, nel 1980, nel Comune di Trevignano e ha sempre svolto il proprio delicato compito con indiscussa competenza, dedizione e profonda serietà.

Nel ringraziarlo per la fiducia che ha riposto negli anni nel ns. gruppo di lavoro, desideriamo omaggiarlo riproponendo qui di seguito un suo prezioso contributo pubblicato nel 2015 sul settimanale Entilocalinews, edito da Centro Studi Enti Locali Srl., che riteniamo esprima perfettamente lo spessore intellettuale del suo Autore.

 

(TRATTO DA ENTILOCALINEWS N. 40 DEL 19 OTTOBRE 2015)

 

Le confessioni di un Segretario comunale disilluso

di Giuseppe Munari

 

Sono un Segretario comunale della Provincia di Treviso, ho 63 anni e svolgo questo lavoro dal 1980 per cui, se non interverranno altre riforme, andrò in pensione fra circa 3 anni proprio nel momento in cui la prevista emanazione dell’apposito Decreto attuativo della Legge “Madia” sancirà la soppressione di questa storica figura professionale.

Attualmente sono titolare di una Convenzione che comprende 2 Comuni di quasi 10.000 abitanti – Mareno di Piave e Santa Lucia di Piave – ed uno più piccolo di soli 2.700 abitanti – Cison di Valmarino – che rientra però nel ristretto Club de “I Borghi più belli d’Italia” e, in quanto tale, particolarmente attivo, sia nella cura del proprio territorio che nell’organizzare eventi e manifestazioni di rilevanza assoluta.

Ho sempre considerato per me ottimale operare in Enti di dimensioni contenute, un pò per i miei limiti soggettivi, che non ho difficoltà a riconoscere ma, ancor più, perché credo, e ne sono sempre più convinto, che si tratti di contesti entro i quali si riesce ad incidere maggiormente ed a perseguire, con minori problematiche ed impedimenti, un progetto organizzativo ben definito, realmente improntato all’efficacia ed all’economicità dell’azione amministrativa ed alla qualità dei servizi resi. Sono così riuscito ad investire molto sulla formazione, soprattutto sullo sviluppo delle capacità organizzative e relazionali che non sono qualità innate ma vanno insegnate con il supporto di formatori esperti: è in questo modo che sono riuscito ad ottenere positivi riscontri dai cittadini/utenti attraverso gli appositi Questionari messi loro a disposizione.

In questo senso ho sempre ritenuto che il ruolo del Segretario comunale – prima ancora che fosse introdotta la possibilità di svolgere contemporaneamente la funzione di Direttore generale, quando lo sono stato effettivamente ed anche ora che non lo sono più, ope legis – non potesse essere che quello di vertice dell’apparato gestionale, preposto sì a garantire il rispetto di leggi, statuto e regolamenti ma, soprattutto, diretto responsabile del buon funzionamento della struttura organizzativa e dell’attuazione degli obiettivi e dei programmi definiti dagli Organi di governo dei Comuni.

Fatta questa doverosa premessa, vengo al vero motivo per cui avverto ora la necessità di manifestare queste mie considerazioni.

All’inizio della mia attività erano da poco usciti i 2 Decreti “Stammati” – ossia, il Dl. n. 2/77, convertito nella Legge n. 62/77, il cosiddetto “Stammati 1”, e il Dl. n. 946/77, convertito nella Legge n. 43/78, meglio noto come “Stammati 2” – che da un lato avevano meritevolmente posto fine al pessimo andazzo, assai diffuso e causa non secondaria dell’impennarsi della spesa pubblica, di quei Comuni che non rispettavano il pareggio finanziario ben sapendo che lo Stato provvedeva poi, di anno in anno e con legge, a ripianare i debiti del loro bilancio dissestato, dall’altro, però, avevano stabilizzato quella disparità di trasferimenti di risorse che si era via via stratificata. E’ questo il criterio della “spesa storica” fondato sul sistema falsante del ripiano del fabbisogno denunciato da ogni singolo Ente, in ordine alle proprie spese, prescindendo dall’analisi della loro consistenza e del loro utilizzo, trasferendo così ad ogni Ente le somme necessarie per la chiusura in pareggio del bilancio.

In sostanza – ed è questo il problema principale, il vero nocciolo della questione della Finanza locale, quell’anomalia tutta italiana che non ha riscontro in nessun altro Paese avanzato e che si chiama “sperequazione” – i Comuni che fino a quel momento avevano speso di più (e spesso male) di quanto le proprie entrate lo consentivano e si erano dimostrati incapaci di gestire bene le risorse di tutti, si sono trovati premiati a danno di quelli virtuosi, vale a dire di quelli che erano sempre stati amministrati con oculatezza e nel rispetto delle leggi, cui, al contrario, sono state destinate somme modeste.

Questa sperequazione, che considero un aspetto fondamentale, non solo della Finanza locale ma della stessa civile convivenza, oltre ad essere palesemente in contrasto al dettato costituzionale che, all’art. 3, enuncia tra i compiti della Repubblica “la rimozione di tutti gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto la libertà dei cittadini”, a distanza ormai di quasi 40 anni, continua a permanere nel sistema di distribuzione delle risorse dei Comuni che, pur se più volte modificato negli aspetti meramente formali (tutto cambia perché nulla cambi) non si è per niente modificato nella sostanza. Anche adesso, infatti, le risorse non vengono ripartite tenendo conto di criteri oggettivi, uguali per ogni singolo Ente, ma sulla base degli importi consolidati con le vecchie modalità secondo il criterio illogico e discriminante della spesa storica. In questo modo, anche nell’attuale difficile contesto socio-economico, con l’effettuazione di tagli di spesa in maniera lineare, cioè uguali per tutti, lo Stato finisce per penalizzare, in maniera ancora più evidente, chi ha sempre rispettato le leggi rispetto a chi si è deresponsabilizzato di fronte ai propri cittadini, sperperando impunemente senza dover render conto del fatto che servizi di qualità superiore vengono resi, in altre realtà, con costi di gran lunga inferiori.

E a dimostrazione che nel nostro, pur bellissimo, Paese nulla è più definitivo del provvisorio, sono finora puntualmente falliti tutti i tentativi operati dal Legislatore per porre rimedio a questa situazione paradossale, palesemente in contrasto con i più elementari principi del diritto.

E’ fin dai primi anni ’80, cioè da quando ho iniziato questa attività, che ho sentito i vari Governi nazionali che si sono succeduti, evidenziare la necessità di operare una perequazione dei trasferimenti erariali. Ed il Legislatore, in effetti, in quegli anni, con una copiosa decretazione d’urgenza, ha ricercato canoni alternativi, a quello della spesa storica, nella determinazione delle somme da trasferire ai Comuni, senza però apprezzabili risultati concreti.

Riassumo brevemente, per quanto possibile, i principali provvedimenti che si sono (inutilmente) succeduti negli ultimi 20 anni del secolo scorso, che dovevano portare ad un riequilibrio dei trasferimenti:

  • nel 1981, con il Decreto n. 38, sono state introdotte le prime blande misure perequative a favore dei Comuni più lontani dalla media della spesa corrente della propria classe;
  • seguono, negli anni successivi, diversi altri Decreti tesi all’eliminazione del finanziamento delle spese “a piè di lista” mediante una riduzione dell’indice della spesa storica, ma vengono sostanzialmente confermati, sia i contributi ordinari che quelli perequativi fissati nel 1981;
  • il Decreto per il sistema dei trasferimenti per l’anno 1984 ha previsto che le somme del “Fondo perequativo” venissero destinate sulla base di parametri obiettivi, quali la popolazione, l’evoluzione anagrafica ed il reddito medio pro-capite, avulsi da dati finanziari, ma anche questi rimedi perequativi non si sono rivelati molto incisivi;
  • nel 1989 si è registrato un rinvigorimento dell’autonomia impositiva degli Enti Locali con l’introduzione dell’Iciap (Imposta comunale sulle imprese, arti e professioni);
  • la riforma della finanza territoriale degli anni ‘90 ha preso slancio dall’art. 54, della Legge n. 142/90, con la quale il Legislatore ha riconosciuto agli Enti Locali autonomia finanziaria fondata sulla certezza di risorse proprie e trasferite, da ripartire in base a criteri obiettivi e ad una perequata distribuzione delle risorse che tenesse conto degli squilibri della fiscalità locale; tuttavia, con l’art. 54, ha adempiuto solo formalmente a porre i principi dell’autonomia finanziaria su cui avrebbe dovuto fondarsi l’intero Sistema autonomistico, essendosi fermati tali principi a livello programmatico e non anche operativo;
  • nella Legge-delega n. 421/92 è stata inserita la prescrizione di riordinare la materia dei trasferimenti agli Enti Locali, adeguandola a quanto stabilito nella Legge n. 142/90;
  • il successivo Dlgs. n. 504/92, oltre alla norma sull’Ici, conteneva la prima disciplina a regime dei trasferimenti erariali agli Enti Locali, ponendo fine al regime della decretazione d’urgenza degli anni precedenti; tale disciplina prevedeva la ripartizione degli interventi statali in 5 fondi, tra i quali il “Fondo perequativo degli squilibri della fiscalità locale” che andava incontro a quegli Enti le cui basi imponibili ed i proventi del gettito delle Imposte e delle Addizionali risultavano inferiori rispetto alla media della classe demografica di appartenenza;
  • l’impianto del Dlgs. n. 504/92 venne comunque ritenuto parziale ed i tempi dell’operazione di riequilibrio furono considerati eccessivamente lunghi, così che, per iniziativa dell’Anci, nella “Legge Finanziaria 1997” fu introdotta una delega al Governo per emanare uno o più Decreti legislativi di riordino del Sistema dei trasferimenti erariali previsto dal suddetto Decreto, sulla base di ulteriori principi e criteri direttivi. La Legge-delega, tuttavia, non ha fornito alcun criterio direttivo in materia di bisogni standardizzati e di perequazione degli squilibri della fiscalità locale;
  • su questa impostazione è intervenuta anche il Dlgs. 244/97, contenente una disciplina organica dei trasferimenti, con intenti di riequilibrio e perequazione più rigidi della precedente, da realizzare in un arco di tempo minore (12 anni anziché 16). Va detto che anche questo provvedimento non ha trovato applicazione e la sua entrata in vigore, dapprima fissata in concomitanza con quella della legge di riordino dei tributi locali (Dlgs. n. 446/97), è stata rinviata, dalla “Legge Finanziaria del 1999”, al 1° gennaio del 2000 e poi quasi totalmente ignorata;
  • anche la successiva delega conferita al Governo, in materia, dall’art. 10, delle Legge n. 133/99, è di fatto scaduta per mancanza di attuazione, probabilmente proprio per la previsione del Fondo chiuso che doveva togliere fondi ai Comuni sovradotati di trasferimenti per trasferirli a quelli sotto-dotati.

Si arriva così al 2001 quando, sotto forti spinte autonomiste, la Legge Costituzionale n. 3/01 riforma il Titolo V della Costituzione, quello appunto che “disegna” le Autonomie locali, con lo scopo di dare allo Stato italiano una fisionomia più federalista, nella quale i centri di spesa e di decisione dovrebbero spostarsi dai livelli più alti, lo Stato centrale, a quelli più locali, avvicinandosi così ai cittadini. In questo modo si sarebbe anche costretta la classe politica ad assumere finalmente le responsabilità di rispondere ai cittadini dell’utilizzo delle risorse da loro stessi prodotte e non calate dall’alto, con il sistema perverso della spesa storica.

In particolare, per quanto riguarda i Comuni, si è inteso dare piena attuazione all’art. 5 della Costituzione riconoscendo le Autonomie locali quali Enti esponenziali preesistenti alla formazione della Repubblica e, quindi, stabilendo che i Comuni abbiano autonomia finanziaria di entrata e spesa fondata su 3 pilastri: autonomia impositiva, compartecipazione al gettito di tributi erariali riferibili al territorio, fondo perequativo per colmare eventuali squilibri tra le Regioni e per assicurare gli stessi standard nell’erogazione dei servizi.

Finalmente, si potrebbe pensare, un deciso passo in avanti verso un’equa distribuzione delle risorse sulla base dell’effettive capacità di gestire, in modo appropriato, quelle acquisibili direttamente sul territorio, fatta salva un’equa ridistribuzione a livello nazionale che tenga conto dei diversi contesti.

Ebbene, nel 2004 il Comune di Santa Lucia di Piave – a seguito della pubblicazione sui giornali locali delle statistiche, effettuate a livello provinciale, che riguardavano la media pro-capite (per abitante) dei trasferimenti erariali ai Comuni, dalla quale emergeva una grossa sperequazione che superava, in più casi, anche il 100%, e che lo poneva agli ultimissimi posti, anche a livello provinciale – ha scritto al Ministero dell’Interno/Direzione centrale della Finanza locale, per avere qualche chiarimento sui motivi che continuavano a perpetuare tale oggettiva diseguaglianza. Il Direttore della Direzione, A. Scozzese, rispondeva che “le risorse statali erano ancora quantificate sulla base del Dlgs. n. 504/92 e che la fase di riequilibrio delle stesse avrebbe dovuto trovare applicazione con il Dlgs. n. 244/97, concernente appunto il riordino del sistema dei trasferimenti erariali agli Enti Locali la cui metodologia stabiliva che i contributi spettanti alle Provincie ed ai Comuni sono assoggettati ad una operazione di riequilibrio della durata di 12 anni, a decorrere dalla prima applicazione del nuovo sistema ma che non è mai entrato in vigore”.

Successivamente la Legge n. 133/99, concernente “Disposizioni in materia di perequazione, razionalizzazione e Federalismo fiscale”, ha delegato il Governo ad emanare un nuovo Decreto legislativo, ma sospeso a seguito della modifica al Titolo V, Parte II, della Costituzione, sancita dalla Legge Costituzionale n. 3/01, la quale ha modificato l’art. 119. Inoltre, “ai fini dell’applicazione del predetto art. 119 è intervenuto l’art. 3, comma 1, lett. b), della Legge n. 289/02, che istituisce l’Alta Commissione di Studio, la quale deve relazionare al Governo le modalità di attuazione dell’art. 119, così come modificato dall’art. 2, comma 20, della Legge n. 350/03”. Il Dott. Scozzese, che peraltro è stato molto gentile ed anche intellettualmente onesto, nel formulare la sua risposta, così concludeva: “Tutto ciò premesso, si rimane in attesa dell’emanazione di norme attuative che definiscano il riequilibrio dei trasferimenti dello Stato”. Una certificazione vera e propria, se mai potevano sussistere dei dubbi, che, nonostante i contorcimenti del Legislatore e le diverse terminologie utilizzate, il problema della spesa storica era tutt’altro che risolto.

Un altro momento istituzionale di grande rilievo nel processo di riforma del Titolo V della Costituzione è stato poi l’approvazione della Legge n. 42/09 – “Delega al Governo in materia di ‘Federalismo fiscale’, in attuazione dell’art. 119 della Costituzione”, con la quale si doveva (dovrebbe?) assicurare, attraverso “la definizione dei principi fondamentali del coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario e la definizione della perequazione”, l’autonomia finanziaria dei Comuni. Questa Legge rinviava la sua attuazione all’emanazione di alcuni Decreti legislativi, in materia di fabbisogni standard, “Federalismo fiscale”, perequazione e rimozione squilibri, sanzioni e premi per Regioni, Province e Comuni, tra i quali quello più significativo per i Comuni è stato il Dlgs. n. 23/11, concernente appunto “Disposizioni in materia di ‘Federalismo fiscale municipale’”. Questo Decreto, in teoria ancora in vigore, disciplina il rapporto economico tra Stato centrale e gli Enti Locali in modo che i Comuni abbiano la possibilità di ottenere nuove entrate attraverso forme di tassazione versate e trattenute in loco. In particolare, come scriveva la Relazione tecnica dell’allora Ministero del Tesoro, “l’assetto della Finanza locale che si viene così a delineare imprime una decisa accelerazione al processo di riforma della fiscalità, che intende abbandonare il criterio della spesa storica finanziata secondo una logica incrementale e realizzare il definitivo passaggio logico dalla finanza derivata a quella propria dei Comuni, innescando anche meccanismi di maggior trasparenza”.

Parole bellissime e pienamente condivisibili: peccato che ci abbiano poi pensato il Governo Monti e gli altri Governi “tecnici”, con i vari provvedimenti conosciuti come “Salva Italia” e “Spending review”, “Legge di stabilità”, ecc., i cui effetti continuano tuttora ad operare una dolorosissima decurtazione dei trasferimenti comunali, perpetuata sempre con lo sciagurato criterio dei tagli lineari. In sostanza, proprio all’attesa vigilia dell’introduzione del cosiddetto “Federalismo fiscale”, si è compiuta una delle più drastiche operazioni di centralismo statale che ha prodotto – sulla spinta dell’emergenza economica europea – un vero e proprio stravolgimento della natura di un importante strumento di autonomia quale doveva essere l’Imu. Tale Imposta, cioè, si è trasformata, non tanto nella forma quanto nella sostanza, da risorsa locale ad ulteriore balzello statale in quanto il gettito rimanente al Comune, con l’applicazione delle aliquote base, compensa solo in parte le minori entrate collegate all’abolizione dell’Ici e agli ulteriori tagli imposti dai suddetti Decreti, scaricando di fatto sui Comuni (sempre in maniera lineare), l’enorme fabbisogno dello Stato.

Ad ogni buon conto il “Federalismo fiscale”, il cui effetto, al momento, é l’opposto delle finalità perseguite, risulta ancora in vigore e, da allora, i nostri Comuni sono stati e continuano ad essere inondati dai numerosi Questionari che la Sose, la Società incaricata dallo Stato con costi non certo esigui, sta raccogliendo ed elaborando per definire i “costi standard” che tutti gli Enti Locali dovrebbero prendere come riferimento per rendere più omogenee le loro spese e, di conseguenza, i loro fabbisogni. Il paradosso però è che, ancora una volta, con il lodevole intento di tenere sotto controllo i Comuni non virtuosi, anche quelli virtuosi sono stati oberati da una mole considerevole di lavoro di tipo statistico per la compilazione, appunto, di Questionari i cui numeri, una volta girati da una parte e una volta dall’altra, sono sempre gli stessi, come si trattasse di una riedizione attualizzata della storia di Penelope e della sua tela continuamente fatta e disfatta.

E così anche dell’applicazione dei costi standard, dopo ormai 5 anni, se ne sta parlando sempre meno e la loro definizione ed applicazione risulta di fatto accantonata, soppiantata dagli annunci di altre priorità comparse nell’agenda politica, apparentemente più attuali ed inderogabili.

Non posso poi non menzionare, a dimostrazione degli effetti distorsivi sulla Finanza locale causati dal Patto di stabilità, quanto evidenziato dalla più autorevole tra le Istituzioni nazionali in questo ambito, cioè la Corte dei conti/Sezione Autonomie, in un passaggio contenuto nelle prime righe dell’ultima “Relazione sulla gestione finanziaria degli Enti territoriali” di seguito integralmente riportato: “Il Patto di stabilità ha costituito lo strumento principe per il rispetto degli impegni assunti dall’Italia in sede europea, ma ha anche richiesto alle Autonomie territoriali (e a quelle regionali in particolare) uno sforzo di risanamento non proporzionato all’entità delle risorse gestibili dalle stesse, a vantaggio degli altri Comparti amministrativi che compongono il conto economico consolidato delle Amministrazioni pubbliche”.

Considerato inoltre che il Patto di stabilità ha richiesto, e continua a richiedere, “..uno sforzo di risanamento non proporzionato all’entità delle risorse gestibili..” mi chiedo: cosa succederà quando, il prossimo 1° gennaio 2016, entrerà in vigore la Legge, a rilevanza costituzionale, n. 243/12, c.d. “Legge sul pareggio di bilancio”, anche questa a suo tempo voluta dal Governo Monti in attuazione di rigide direttive europee, che applicata così com’è ora, senza alcuna ponderazione sulle conseguenze devastanti sulla Finanza locale e sui Comuni virtuosi in particolare, si prospetta molto peggio del Patto di stabilità che dovrebbe sostituire, con il rischio reale della completa paralisi degli Enti Locali.

A fronte di tutta questa situazione, una piccola riflessione è giusto riservarla anche all’Anci, la potente ed articolata Associazione di categoria dei Comuni italiani che dovrebbe appunto sostenere le ragioni dei Comuni, e quindi anche difenderne gli interessi avverso le prevaricazioni dello Stato centrale. Per la verità, anche l’Anci è formata da tante “parrocchie” e, come spesso succede, sono quelle più grandi a farla da padrone. Mi riferisco ai Comuni di maggiori dimensioni che, nonostante molti parlino, a sproposito, della necessità di eliminare i piccoli Comuni per fare economie di scala, sono quelli che, dati alla mano, hanno la spesa pro-capite più alta, pur erogando spesso servizi, a dir poco, inefficienti: Roma docet! Ebbene l’Anci, anziché promuovere la cultura della virtuosità e della responsabilità non solo a parole, ma anche con azioni concrete, si preoccupa piuttosto di tutelare le esigenze delle città (che nominano i suoi vertici) e, di converso, di quei Comuni che dalla sperequazione delle risorse hanno tutto da guadagnare: perché è evidente che, se c’è una situazione di disparità, c’è sempre la doppia faccia delle medaglia, ossia chi ci rimette e che ci guadagna come nel caso dei Comuni spreconi e delle stesse città. Ne ho avuto la riprova in un recente Convegno sulla Finanza locale, tenutosi presso la sede della Prefettura di Treviso, nel corso del quale il Sottosegretario del Ministero dell’Economia e delle Finanze ha rimarcato che non è il Governo a frenare sull’applicazione dei costi standard ma, per irragionevole che possa sembrare, proprio l’Associazione nazionale dei Comuni italiani.

Ma se queste mie note si limitassero, in negativo, ad evidenziare il solito elenco delle promesse fatte e non mantenute dei nostri governanti e dei diritti non garantiti, non aggiungerei nulla di nuovo rispetto ad una situazione ormai arcinota, oggetto di grandi dibattiti politici che non mi appartengono, che spesso diventa motivo d’impotente rassegnazione, se non di alibi, da parte di chi si trova ad amministrare in questa situazione di evidente disparità.

In questi anni, tuttavia, in piena sintonia con Sindaci volonterosi e capaci, mi sono ugualmente sforzato di fare di necessità virtù, cercando di dimostrare che, come mi hanno insegnato da ragazzo, il tempo è galantuomo ed alla fine tutti i conti tornano al loro giusto posto. E nel mentre tra tagli lineari dei trasferimenti, vincoli del Patto di stabilità, esasperanti quanto inutili controlli e procedure (per lo meno in queste realtà) ed ora anche nuova contabilità economico-finanziaria, l’asticella si è fatta sempre più alta ed irraggiungibile, non ho mai desistito, con il fattivo supporto di collaboratori bravi e motivati, dal ricercare in tutti i modi di far ugualmente quadrare il cerchio di raggiungere obiettivi significativi pur con sempre più esigue risorse.

Questo intenso lavoro di squadra, effettuato in totale sintonia tra Organi di governo ed apparato gestionale, ha portato il Comune di Santa Lucia di Piave ad essere individuato, nel 2011, da uno studio commissionato da un Gruppo consiliare regionale che ha preso in esame i bilanci di tutti i Comuni del Veneto, come il più virtuoso, sotto il profilo finanziario, della Provincia di Treviso, in base a 5 indicatori finanziari e parametri di virtuosità: autonomia finanziaria, velocità di riscossione delle entrate, spesa del personale, equilibrio corrente e copertura dei “servizi a domanda individuale”.

Ancora, nel 2012, il Ministero dell’Economia e della Finanza, di concerto con altri Ministeri, ha inserito nell’elenco dei 143 Comuni italiani virtuosi, ai sensi dell’art. 20 comma 2, del Dl. n. 98/11, convertito con modificazioni dalla Legge n. 111/11, anche i Comuni di Mareno di Piave e di Santa Lucia di Piave. In questo caso, i parametri per definire la virtuosità, oltre al rispetto del Patto di stabilità interno, sono stati l’autonomia finanziaria, l’equilibrio di parte corrente e la capacità di riscossione.

Nonostante queste certificazioni di “bona gestio”, queste medaglie di cartone, verrebbe da pensare, non c’è stato alcun riconoscimento concreto, tranne blandi palliativi (il pur risicato spazio aggiuntivo nella “Spending review”, concesso ai Comuni virtuosi nel 2014, è stato subito azzerato nel corrente anno 2015 e lo stesso si sta profilando per il 2016). Anzi, come sottolineato sopra, l’essere virtuosi, avere dei costi standard molto contenuti sembra ormai un argomento non più di moda nel dibattito politico di cui, dopo tanto parlare, si accenna solo vagamente e tutto fa presupporre che, per l’ennesima volta, una reale fase di standardizzazione delle spese, presupposto imprescindibile per una vera perequazione, non sia ancora intravedibile nel proprio orizzonte.

All’opposto, l’aspetto più sconcertante, oltre che palesemente illegittimo e contrario ai principi generali in materia di finanza propria e derivata indicati dal Tuel, che si è riscontrato in questi ultimi anni, è quello di una vera e propria “finanza inversa”. Di taglio in taglio – mi riferisco sempre ai famosi tagli lineari – si è verificato quello che ritenevo prima assolutamente impensabile: non solo i trasferimenti statali, nelle nuove denominazioni che hanno assunto nel tempo, sono stati completamente azzerati nei 2 Comuni “virtuosi” di Mareno di Piave e di Santa Lucia di Piave, ma dimostrando che è vero il detto che “al peggio non c’è mai fine”, lo Stato si trattiene ora, annualmente, rispettivamente l’importo di Euro 466.000 e di Euro 217.000 direttamente dagli introiti dell’Imu comunale che i cittadini sono convinti di versare al proprio Comune: vale a dire proprio quella “finanza inversa” che capovolge quanto sancito dall’art. 149 del Tuel che riconosce ai Comuni autonomia finanziaria fondata su certezza di risorse proprie e trasferite.

A fronte di questo autentico sopruso, che colpisce soprattutto i Comuni più virtuosi, tutti i 95 Comuni della Provincia di Treviso – per il tramite della Regione Veneto non potendolo fare, per legge, in via diretta (era questa una previsione della riforma costituzionale del 2006 che è stata poi cassata) – hanno effettuato, caso unico e primo in Italia, un ricorso alla Corte Costituzionale contro la legittimità della “Legge di stabilità 2015”.

Cercando di tradurre in un esempio concreto l’attuale scenario che sembra ancor più accanirsi nei confronti di chi si è fatto scrupolo, ed anche imperativo morale, di amministrare le risorse di tutti, proprio perché tali, con la massima oculatezza e con una gestione realmente improntata a criteri di efficienza, efficacia ed economicità, rappresento di seguito alcuni parametri ed indicatori economico-finanziari del Comune di Santa Lucia di Piave (ma analogamente potrei fare anche per la situazione del Comune di Mareno di Piave, che riesce oltretutto ad erogare servizi valutati positivamente dai cittadini, sulla base delle apposite schede di rilevamento della “customer satisfaction”, pur con il non invidiabile primato del rapporto di un dipendente ogni 421 abitanti) che sono più eloquenti di qualsiasi altra disquisizione:

Tabella 1 – Indicatori economico-finanziari

Parametro/Indicatore Valore
Autonomia finanziaria 91,38% (Comuni Italia 83,10, Istat 2012)
Velocità di riscossione delle entrate 88,94% (media Comuni Italia: 64,25%)
Spese correnti per abitante Euro 362,00 (media Italia: Euro 745,00)
Costi standard – 20,00% rispetto ai costi standard
Spese del personale

– per abitante

– % sulle entrate correnti

– % sulle spese correnti

 

Euro 122,00 (media Comuni Italia: 203,00)

26,27% (limite max standard: 39%)

35,28% (limite max standard: 50%)

Numero parametri di deficitarietà rispettati 10 su 10
Importo residui attivi correnti (al netto P.A) 2,77% delle entrate correnti
Riaccertamento straord. residui (% su risultato riaccertato) 2,02%
Giacenza media di cassa (ultimo triennio) Euro 4.500.000,00
(in gran parte “congelati” dal Patto di stabilità)
Fedeltà contributiva 99,90% (versamenti Imu/Tasi/ecc.)
Da evidenziare che i valori dei suddetti parametri sono stati raggiunti pur mantenendo elevato l’impegno dell’Amministrazione comunale sul delicato “fronte” del sociale:
Spese nel Settore sociale (% sulle spese correnti) 22,17% (Italia:12,9%; Nord Est 15,7%).

                                                                        

Rammento ancora che nel 2012, con Dm. n. 0048345/12, il Comune di Santa Lucia di Piave è stato inserito tra i 143 comuni virtuosi italiani, ai sensi dell’art. 20, comma 2, del Dl. n. 98/11, sulla base di una precisa misurazione/valutazione di n. 4 indicatori finanziari (Patto di stabilità, autonomia finanziaria, equilibrio di parte corrente e capacità di riscossione).

 

Tabella 2 – Trasferimenti dello Stato al Comune

Anno Irpef versata dai cittadini santaluciesi allo Stato Trasferimenti dallo Stato al Comune di Santa Lucia
2010 Euro 22.398.170,00 (*) Euro 572.363,66
2011 Euro 24.804.148,00 (*) Euro 562.425,18
2012 Euro 24.533.319,00 (*) Euro 481.882,42
2013 Euro 24.373.769,00     Euro   47.000,00
2014 Previsione: Euro 24.373.769,00 (-) Euro   46.000,00
2015 Previsione: Euro 24.373.769,00 (-) Euro 217.000,00

(*) Dal 2010 al 2012 la composizione delle voci dei trasferimenti ordinari ha subito continui cambiamenti nelle modalità di calcolo, conglobando o escludendo, di volta in volta e di anno in anno, le più svariate tipologie di rimborso (Ici prima casa, Compartecipazione Iva, Compartecipazione Irpef, ecc.). Per ragioni di semplicità ed omogeneità di calcolo dette voci sono escluse dalla Tabella il cui scopo è solo quello di evidenziare, oltre alla riduzione progressiva dei trasferimenti ordinari al Comune, anche il rapporto tra il loro valore annuo e quanto i cittadini versano allo Stato di Irpef; rapporto che dal 2014 è diventato addirittura negativo.

Non posso non chiudere questa semplice testimonianza di un non più giovanissimo Segretario comunale “di campagna” che ha operato in questi ultimi decenni, e quindi in una fase della finanza locale ancora attuale, con la sola ambizione di sfatare alcuni luoghi comuni sull’inefficienza delle P.A. e con la convinzione (ma forse ormai sarebbe più giusto dire con l’illusione) che, nel tempo, l’impegno e i meriti trovano sempre riconoscimento, con qualche amaro interrogativo.

Può avere un futuro e approdare ad un reale cambiamento uno Stato la cui finanza locale, nonostante il susseguirsi frenetico di nuove disposizioni normative ed asfissianti procedure burocratiche, che semplificano nelle intenzioni e complicano nei fatti, non riesce ad affrontare e risolvere il nodo gordiano rappresentato da un’iniqua ed ingiustificabile sperequazione delle risorse disponibili?

Si può fare un deciso passo in avanti, nella giusta direzione, ancor più necessaria in un momento di crisi economica, se chi amministra non viene messo di fronte alla propria responsabilità di garantire servizi di qualità con le stesse risorse, umane, strumentali e finanziarie di chi riesce ad erogarli nel rispetto delle legittime aspettative dei cittadini ed ai costi migliori di mercato?

Ci sarà mai il giusto riconoscimento per i Comuni virtuosi nei numeri e non solo a parole, o continueranno ad essere maltrattati, con un ribaltamento della scala dei valori, proprio per la loro capacità e la loro onestà?

Potrò, infine, prima della non lontanissima pensione, almeno intravedere quella reale autonomia, prevista dalla nostra Costituzione e tanto sbandierata, nella quale i Comuni abbiamo la possibilità di disporre responsabilmente delle risorse proprie senza che i più meritevoli debbano, al contrario, continuare a finanziare uno Stato e altri Enti costosi e pachidermici?

 

 

 

 

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Dott.ssa Veronica Potenza

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